Messaggio inequivocabile

Quello che è invece facile da equivocare è la strada che occorre imboccare per farlo. Ecco, stiamo per parlare di questo, al Mercato Centrale della Stazione Termini, Luigi Corvo, Simone Tani e io: per fare ritorno alla semplicità bisogna abituarsi a non temere la complessità – basta uno zaino compiutamente attrezzato.

Ingegnosità collettiva

Ingegnosità collettiva: quando le risorse scarseggiano, è opportuno evitare di affidarsi all’eccezionalità dei talenti individuali (ci sono poche cose che fanno male al cambiamento organizzativo quando i programmi aziendali dedicati ai cosiddetti “young talents”), se si vuole organizzare uno schema organizzativo più equo e più efficace. Collective ingenuity, la definiscono i libri scovati in India (Jugaad innovation). Sull’ingegnosità collettiva è imperniato l’impianto concettuale della zainocrazia, un pattern che valorizza relazioni e divenienza anziché elementi e stabilità.

D’ingegnosità collettiva e superamento dei vincoli burocratici si parlerà venerdì 11 maggio (ore 14:30), nell’ambito degli incontri organizzati presso la mostra Smart City da Flows, la rivista digitale che racconta, in tre lingue, il pensiero dei flussi. Insieme a Santiago Caravaca (Partner Trivioquadrivio), che è un’autorità in fatto d’ingegnosità collettiva di stampo legale, interverranno Piero Pelizzaro (Chief Resilience Officer del Comune di Milano) e Francesco Ventura (responsabile Ambiente ed energie rinnovabili di OICE). Io avrò il piacere di moderare la conversazione, che si annuncia piuttosto interessante.

Non ridurre la complessità, rendila più leggibile

Paul Mijksenaar viene considerato uno dei più importanti wayfinder designer del mondo. Cosa fa un wayfinder designer? È la persona cui siamo grati quando troviamo alla svelta quello che cerchiamo, in città e nelle grandi infrastrutture (stazioni ferroviarie, aeroporti, ospedali, e così via); la stessa persona cui rivolgiamo le nostre imprecazioni quando non riusciamo a orientarci e smarriamo la via. Insomma, un progettista che scalpita per ridurre ai minimi termini la burocrazia del comunicare.

Ieri pomeriggio Mijksenaar ha mostrato di essere proprio bravo. Raccontando la sua quarantennale esperienza nell’ambito dell’incontro organizzato dalla rivista digitale Flows – Modelling mobility all’interno della mostra Smart City, a Milano, il progettista olandese ha citato una grande quantità di argomenti interessanti. A me, cui è capitato il piacere di moderare il suo intervento, è parsa irrinunciabile una delle sue pagine, riprodotta qui sopra. Chi progetta con cura sa bene che la complessità non può essere ridotta artificiosamente, solo per ottenere maggiore controllo (come molti manager vorrebbero), né può essere governata (come sembrano credere molti educatori). La complessità deve invece divenire più evidente, e sempre più leggibile. Molti guai sarebbero evitati, se solo avessimo tutti maggiore consapevolezza della complessità nella quale sguazziamo, o affoghiamo, o generiamo valore (scegliete voi).

Lavorare per diventare, mica per essere

Zainocrazia ospita un prezioso passo di Carlo Rovelli, tratto dalle sue Sette brevi lezioni di fisica. Un altro libro di Rovelli, L’ordine del tempo, contiene una pagina che sembra rafforzare, con l’autorevolezza di una scienza esatta, l’argomento che attraversa tutti i capitoli di Zainocrazia: se intendiamo incamminarci in direzione di un futuro preferibile, dobbiamo cominciare con l’abbandonare alcune radicate convenzioni linguistiche. La più pericolosa tra queste radici culturali riguarda l’identità. Scrive Rovelli:

“Si può pensare al mondo come costituito di cose, di sostanza. Di enti. Di qualcosa che è. Che permane. Oppure pensare che il mondo sia costituito di eventi. Di accadimenti. Di processi. Di qualcosa che succede. Che non dura. Che è continuo trasformarsi. Che non permane nel tempo. La distruzione della nozione di tempo nella fisica fondamentale è il crollo della prima di queste due prospettive, non della seconda. È la realizzazione dell’ubiquità dell’impermanenza, non della staticità di un tempo immobile. Pensare il mondo come un insieme di eventi, di processi, è il modo che ci permette di meglio coglierlo, comprenderlo, descriverlo.”

Gli umani non fanno eccezione. Più che di esseri umani, quindi, occorre parlare di divenienti umani. Occorre sperimentare scuole che aiutino gli studenti a divenire, organizzare imprese che rafforzino le divenienze di ciascun lavoratore, costruire città che facilitino i flussi più che i radicamenti. Occorre guardarsi dalla burocrazia dell’identità e rispondere con un sorriso accondiscendente a chi ci chiede “ma tu, chi sei?“, e poi aggiungere, ancora una volta, quando ci sono solo io, non c’è nessuno.

Scuola e impresa: farla finita con le domande illegittime

Zainocrazia riprende e sviluppa la questione delle “domande legittime”, una questione vitale per le organizzazioni, soprattuto quelle che si occupano di educazione (le scuole) o di profitto (le imprese).

Si tratta della distinzione, coniata da Heinz von Foerster, per distinguere le domande di cui già si conosce la risposta dagli interrogativi non ancora risolti. Nel primo caso, dice von Foerster, le domande sono illegittime, perché obbligano il rispondente a replicare come un pappagallo un sapere risaputo, capendoci quasi nulla. Nel secondo caso le domande sono invece legittime. Sono, queste ultime, le sole domande che vale la pena porre da parte di chi sia interessato all’educazione o al profitto. La ragione è semplice: solo le domande legittime obbligano entrambi, domandante e rispondente, a fare davvero questione, esplorare diverse opzioni, riconoscere la soluzione più adeguata. E li obbligano a farlo insieme.

In un bellissimo articolo dedicato alla figura del maestro, Valerio Capasa fa implicitamente riferimento alle domande legittime, quando chiama in causa Pier Paolo Pasolini per tracciare il profilo delle persone cui dobbiamo la vitalità della nostra cultura, i maestri che aiutano gli allievi a coltivare una interpretazione negoziale del sapere. Maestri, non professori, ovvero serbatoi inesauribili di domande legittime, non impiegati attenti ai risultati dei test. Leader capaci di valutare l’impegno e dunque stimolarlo in ciascun collaboratore, non manager sensibili unicamente ai risultati e disinteressati di valorizzare l’ingegnosità collettiva che circola tra i colleghi.