Scuola e impresa: farla finita con le domande illegittime

Zainocrazia riprende e sviluppa la questione delle “domande legittime”, una questione vitale per le organizzazioni, soprattuto quelle che si occupano di educazione (le scuole) o di profitto (le imprese).

Si tratta della distinzione, coniata da Heinz von Foerster, per distinguere le domande di cui già si conosce la risposta dagli interrogativi non ancora risolti. Nel primo caso, dice von Foerster, le domande sono illegittime, perché obbligano il rispondente a replicare come un pappagallo un sapere risaputo, capendoci quasi nulla. Nel secondo caso le domande sono invece legittime. Sono, queste ultime, le sole domande che vale la pena porre da parte di chi sia interessato all’educazione o al profitto. La ragione è semplice: solo le domande legittime obbligano entrambi, domandante e rispondente, a fare davvero questione, esplorare diverse opzioni, riconoscere la soluzione più adeguata. E li obbligano a farlo insieme.

In un bellissimo articolo dedicato alla figura del maestro, Valerio Capasa fa implicitamente riferimento alle domande legittime, quando chiama in causa Pier Paolo Pasolini per tracciare il profilo delle persone cui dobbiamo la vitalità della nostra cultura, i maestri che aiutano gli allievi a coltivare una interpretazione negoziale del sapere. Maestri, non professori, ovvero serbatoi inesauribili di domande legittime, non impiegati attenti ai risultati dei test. Leader capaci di valutare l’impegno e dunque stimolarlo in ciascun collaboratore, non manager sensibili unicamente ai risultati e disinteressati di valorizzare l’ingegnosità collettiva che circola tra i colleghi.

Presentazioni pubbliche: Roma, 18.05.18, Mercato Centrale

Luigi Corvo e Simone Tani sono tra i fondatori di Ulis, la cooperativa nata qualche mese fa allo scopo di reincantare il mondo.

Trivioquadrivio, invece, è stata creata (22 anni fa) per restituire unità alle discipline che hanno smembrato il sapere occidentale.

La convergenza di Ulis e Trivioquadrivio segnala la coappartenenza di incanto creativo (fonte prima del pensiero) e indisciplina rigorosa (origine di ogni progetto innovativo), oltre che la smisurata fiducia nel futuro che si nutre da parte di questo gruppo di attivisti culturali.

Ne parleremo a Roma, in un posto bellissimo, affollato di zainocrati, il 18 maggio alle 17:30.

Le business school formano minus habens

Zainocrazia cerca di mostrare le conseguenze indesiderate della parcellizzazione del sapere. Dedicare molto tempo allo studio di una parte e, alla fine, scambiare questa parte per il tutto: ecco cosa non funziona in un sistema fondato sullo sviluppo esclusivo di specifiche facoltà. A detta di Martin Parker, questo vizio di fondo caratterizza a tal punto le business school che l’unica soluzione è demolirle, letteralmente. Nell’articolo pubblicato pochi giorni fa dal Guardian, Parker argomenta in modo circostanziato – gli viene facile, perché lui stesso ha insegnato nelle reputate business school inglesi per vent’anni.

“The B-school is constituted through separating commercial life from the rest of life, but then undergoes a further specialisation. The business school assumes capitalism, corporations and managers as the default form of organisation, and everything else as history, anomaly, exception, alternative. In terms of curriculum and research, everything else is peripheral.”

Questa assunzione acritica dell’ordine esistente caratterizza la quasi totalità di studenti delle numerose business school che fioriscono sul pianeta (siamo a circa 13.000). Un esercito di contabili che frequenta scuole costosissime al solo scopo di procurarsi, conclude Parker, quest’unica competenza: “come strappare il denaro dalle tasche della gente comune e tenerlo per se stessi.”

Un caso interessante di burocratizzazione dell’ignoranza, sapere di meno per possedere di più.

Codice zainocratico

Coder 360 è un esperimento didattico che interpreta la programmazione del codice in modo originale: i partecipanti al master ottengono “quel mix di competenze che consentono di sviluppare piattaforme digitali e di coglierne al tempo stesso le possibilità economiche, sociali, culturali”. Programmatori ben coltivati o, se si preferisce, intellettuali capaci di sviluppare codice.

Mentre condividevo con loro i principi della zainocrazia, gli studenti e gli organizzatori mi hanno aiutato ad avvicinarmi ai significati del coding. Affascinanti e mobilitanti, come ogni esperienza zainocratica.

In silenzio, per generare valore – seconda parte

 

Mi sono servito del libro Zainocrazia per parlare male degli esperti. Ma non proprio di tutti gli esperti.

Zainocrazia profila due tipologie di esperto. La prima, la più diffusa, riguarda l’esperto di risposte. Si tratta di colui che è convinto di sapere come si dovrà fare nel futuro perché ne ha già fatto esperienza nel passato. Questo esperto non è capace di stare in silenzio; di ascoltare proprio non gli riesce, perché crede di possedere la soluzione migliore.

L’altra tipologia di esperto si riferisce a coloro che conoscono la prassi fondativa dell’ascolto: parlare per secondi. Questi esperti sono differenti dai primi perché tacciono anche quando conoscono la risposta. Grazie al loro silenzio, gl’interlocutori vengono abilitati alla parola.

I soli esperti cui potremmo concedere gli attributi zainocratici sono quindi coloro che si riconoscono nella massima di Catherine Thernynck, «ciò che fa avvenire la parola è la cavità di un orecchio».

In silenzio, per generare valore – prima parte

Nel suo argomentato elogio del silenzio, Francesca Rigotti fa esplicito riferimento a Elinor Ostrom, i cui studi sulle comunità prosociali irrobustiscono molti passaggi di Zainocrazia. Le indicazioni raccolte nell’articolo sono belle e coinvolgenti ma ne manca una importante, e ce n’è una di troppo.

Sebbene l’autrice non coltivasse alcuna intenzione enciclopedica, viene voglia di affiancare, ai libri citati nell’articolo, La pazienza del nulla di Arturo Paoli. Un testo breve e denso, che ci permette di ascoltare il deserto – dimensione dell’assoluto silenzioso – attraverso l’esperienza che ne ha fatto questo irriverente sacerdote. Nelle pagine di Zainocrazia dedicate a fare di meglio con meno e al valore della sottrazione, della mancanza e della disabilitazione, le osservazioni di Paoli sono decisive.

D’altro canto, la frase di Pascal con cui Francesca Rigotti chiude l’articolo è un vero affronto alla zainocrazia.

«La disgrazia degli uomini consiste nel non saper essi starsene tranquilli in una stanza». A me pare vero il contrario. La fortuna degli uomini credo consista proprio nella inquietudine che li invade non appena hanno occasione di attardarsi nella stanza. Siamo venuti al mondo solo per poterlo attraversare. Tecnicamente, siamo di stanza unicamente nell’esplorazione. Ed è principalmente per questa ragione che apprezziamo il silenzio: cerchiamo in esso la porta della stanza ulteriore.

La zainocrazia fa bene alla sicurezza sul lavoro

Ecco come si conclude la riflessione di Andrea Trespidi, che pone l’orientamento zainocratico in diretta relazione con la safety:

“Se chi pianifica e progetta, artefice del lavoro come immaginato, non passerà dalla burocrazia alla zainocrazia, non avrà mai a fuoco il lavoro come fatto, perché talvolta il lavoro come fatto è anche dominato dall’ignoranza, quell’universo di azioni che si compiono laddove non del tutto si conosce ma comunque, si agisce.”

Niente male.