Lavorare per diventare, mica per essere

Zainocrazia ospita un prezioso passo di Carlo Rovelli, tratto dalle sue Sette brevi lezioni di fisica. Un altro libro di Rovelli, L’ordine del tempo, contiene una pagina che sembra rafforzare, con l’autorevolezza di una scienza esatta, l’argomento che attraversa tutti i capitoli di Zainocrazia: se intendiamo incamminarci in direzione di un futuro preferibile, dobbiamo cominciare con l’abbandonare alcune radicate convenzioni linguistiche. La più pericolosa tra queste radici culturali riguarda l’identità. Scrive Rovelli:

“Si può pensare al mondo come costituito di cose, di sostanza. Di enti. Di qualcosa che è. Che permane. Oppure pensare che il mondo sia costituito di eventi. Di accadimenti. Di processi. Di qualcosa che succede. Che non dura. Che è continuo trasformarsi. Che non permane nel tempo. La distruzione della nozione di tempo nella fisica fondamentale è il crollo della prima di queste due prospettive, non della seconda. È la realizzazione dell’ubiquità dell’impermanenza, non della staticità di un tempo immobile. Pensare il mondo come un insieme di eventi, di processi, è il modo che ci permette di meglio coglierlo, comprenderlo, descriverlo.”

Gli umani non fanno eccezione. Più che di esseri umani, quindi, occorre parlare di divenienti umani. Occorre sperimentare scuole che aiutino gli studenti a divenire, organizzare imprese che rafforzino le divenienze di ciascun lavoratore, costruire città che facilitino i flussi più che i radicamenti. Occorre guardarsi dalla burocrazia dell’identità e rispondere con un sorriso accondiscendente a chi ci chiede “ma tu, chi sei?“, e poi aggiungere, ancora una volta, quando ci sono solo io, non c’è nessuno.