Lavorare per diventare, mica per essere

Zainocrazia ospita un prezioso passo di Carlo Rovelli, tratto dalle sue Sette brevi lezioni di fisica. Un altro libro di Rovelli, L’ordine del tempo, contiene una pagina che sembra rafforzare, con l’autorevolezza di una scienza esatta, l’argomento che attraversa tutti i capitoli di Zainocrazia: se intendiamo incamminarci in direzione di un futuro preferibile, dobbiamo cominciare con l’abbandonare alcune radicate convenzioni linguistiche. La più pericolosa tra queste radici culturali riguarda l’identità. Scrive Rovelli:

“Si può pensare al mondo come costituito di cose, di sostanza. Di enti. Di qualcosa che è. Che permane. Oppure pensare che il mondo sia costituito di eventi. Di accadimenti. Di processi. Di qualcosa che succede. Che non dura. Che è continuo trasformarsi. Che non permane nel tempo. La distruzione della nozione di tempo nella fisica fondamentale è il crollo della prima di queste due prospettive, non della seconda. È la realizzazione dell’ubiquità dell’impermanenza, non della staticità di un tempo immobile. Pensare il mondo come un insieme di eventi, di processi, è il modo che ci permette di meglio coglierlo, comprenderlo, descriverlo.”

Gli umani non fanno eccezione. Più che di esseri umani, quindi, occorre parlare di divenienti umani. Occorre sperimentare scuole che aiutino gli studenti a divenire, organizzare imprese che rafforzino le divenienze di ciascun lavoratore, costruire città che facilitino i flussi più che i radicamenti. Occorre guardarsi dalla burocrazia dell’identità e rispondere con un sorriso accondiscendente a chi ci chiede “ma tu, chi sei?“, e poi aggiungere, ancora una volta, quando ci sono solo io, non c’è nessuno.

Scuola e impresa: farla finita con le domande illegittime

Zainocrazia riprende e sviluppa la questione delle “domande legittime”, una questione vitale per le organizzazioni, soprattuto quelle che si occupano di educazione (le scuole) o di profitto (le imprese).

Si tratta della distinzione, coniata da Heinz von Foerster, per distinguere le domande di cui già si conosce la risposta dagli interrogativi non ancora risolti. Nel primo caso, dice von Foerster, le domande sono illegittime, perché obbligano il rispondente a replicare come un pappagallo un sapere risaputo, capendoci quasi nulla. Nel secondo caso le domande sono invece legittime. Sono, queste ultime, le sole domande che vale la pena porre da parte di chi sia interessato all’educazione o al profitto. La ragione è semplice: solo le domande legittime obbligano entrambi, domandante e rispondente, a fare davvero questione, esplorare diverse opzioni, riconoscere la soluzione più adeguata. E li obbligano a farlo insieme.

In un bellissimo articolo dedicato alla figura del maestro, Valerio Capasa fa implicitamente riferimento alle domande legittime, quando chiama in causa Pier Paolo Pasolini per tracciare il profilo delle persone cui dobbiamo la vitalità della nostra cultura, i maestri che aiutano gli allievi a coltivare una interpretazione negoziale del sapere. Maestri, non professori, ovvero serbatoi inesauribili di domande legittime, non impiegati attenti ai risultati dei test. Leader capaci di valutare l’impegno e dunque stimolarlo in ciascun collaboratore, non manager sensibili unicamente ai risultati e disinteressati di valorizzare l’ingegnosità collettiva che circola tra i colleghi.

C’è molto lavoro da fare

Primo maggio. Questa festa che celebra il lavoro, quale lavoro celebra? Il lavoro delle macchine banali – macchine Terminator che orgogliosamente costruiamo per alleggerire le nostre fatiche e che poi sembrano rivoltarsi contro di noi allo scopo di alleggerirci il salario – o quello delle macchine non banali, che sono capaci d’improvvisazioni inimmaginabili sino all’istante stesso in cui si manifestano?

Non vorrei che, nella confusione, finissimo per celebrare il lavoro di quegli umani che si comportano come burocrazie in miniatura, a volte loro malgrado, a volte con l’ottuso puntiglio degli accademici o dei politici di professione.

Nello zaino ho trovato una poesia di Franco Arminio, me ne servo per celebrare il molto lavoro che c’è da fare, e anche per ringraziare la delicatezza della mano che l’ha riposta lì.

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Immaginate la mattina presto

l’uomo, la donna e il mulo

che vanno lenti verso la campagna

a scorticare la terra

con la zappa per piantarvi un seme.

Immaginate noi

con le famiglie nelle nostre case

gremite di beni poco rari.

Noi che senza esporci a niente

continuamente cerchiamo ripari.

_ Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, edizioni Chiarelettere, 2017 _

Le business school formano minus habens

Zainocrazia cerca di mostrare le conseguenze indesiderate della parcellizzazione del sapere. Dedicare molto tempo allo studio di una parte e, alla fine, scambiare questa parte per il tutto: ecco cosa non funziona in un sistema fondato sullo sviluppo esclusivo di specifiche facoltà. A detta di Martin Parker, questo vizio di fondo caratterizza a tal punto le business school che l’unica soluzione è demolirle, letteralmente. Nell’articolo pubblicato pochi giorni fa dal Guardian, Parker argomenta in modo circostanziato – gli viene facile, perché lui stesso ha insegnato nelle reputate business school inglesi per vent’anni.

“The B-school is constituted through separating commercial life from the rest of life, but then undergoes a further specialisation. The business school assumes capitalism, corporations and managers as the default form of organisation, and everything else as history, anomaly, exception, alternative. In terms of curriculum and research, everything else is peripheral.”

Questa assunzione acritica dell’ordine esistente caratterizza la quasi totalità di studenti delle numerose business school che fioriscono sul pianeta (siamo a circa 13.000). Un esercito di contabili che frequenta scuole costosissime al solo scopo di procurarsi, conclude Parker, quest’unica competenza: “come strappare il denaro dalle tasche della gente comune e tenerlo per se stessi.”

Un caso interessante di burocratizzazione dell’ignoranza, sapere di meno per possedere di più.

In silenzio, per generare valore – seconda parte

 

Mi sono servito del libro Zainocrazia per parlare male degli esperti. Ma non proprio di tutti gli esperti.

Zainocrazia profila due tipologie di esperto. La prima, la più diffusa, riguarda l’esperto di risposte. Si tratta di colui che è convinto di sapere come si dovrà fare nel futuro perché ne ha già fatto esperienza nel passato. Questo esperto non è capace di stare in silenzio; di ascoltare proprio non gli riesce, perché crede di possedere la soluzione migliore.

L’altra tipologia di esperto si riferisce a coloro che conoscono la prassi fondativa dell’ascolto: parlare per secondi. Questi esperti sono differenti dai primi perché tacciono anche quando conoscono la risposta. Grazie al loro silenzio, gl’interlocutori vengono abilitati alla parola.

I soli esperti cui potremmo concedere gli attributi zainocratici sono quindi coloro che si riconoscono nella massima di Catherine Thernynck, «ciò che fa avvenire la parola è la cavità di un orecchio».

In silenzio, per generare valore – prima parte

Nel suo argomentato elogio del silenzio, Francesca Rigotti fa esplicito riferimento a Elinor Ostrom, i cui studi sulle comunità prosociali irrobustiscono molti passaggi di Zainocrazia. Le indicazioni raccolte nell’articolo sono belle e coinvolgenti ma ne manca una importante, e ce n’è una di troppo.

Sebbene l’autrice non coltivasse alcuna intenzione enciclopedica, viene voglia di affiancare, ai libri citati nell’articolo, La pazienza del nulla di Arturo Paoli. Un testo breve e denso, che ci permette di ascoltare il deserto – dimensione dell’assoluto silenzioso – attraverso l’esperienza che ne ha fatto questo irriverente sacerdote. Nelle pagine di Zainocrazia dedicate a fare di meglio con meno e al valore della sottrazione, della mancanza e della disabilitazione, le osservazioni di Paoli sono decisive.

D’altro canto, la frase di Pascal con cui Francesca Rigotti chiude l’articolo è un vero affronto alla zainocrazia.

«La disgrazia degli uomini consiste nel non saper essi starsene tranquilli in una stanza». A me pare vero il contrario. La fortuna degli uomini credo consista proprio nella inquietudine che li invade non appena hanno occasione di attardarsi nella stanza. Siamo venuti al mondo solo per poterlo attraversare. Tecnicamente, siamo di stanza unicamente nell’esplorazione. Ed è principalmente per questa ragione che apprezziamo il silenzio: cerchiamo in esso la porta della stanza ulteriore.

La zainocrazia fa bene alla sicurezza sul lavoro

Ecco come si conclude la riflessione di Andrea Trespidi, che pone l’orientamento zainocratico in diretta relazione con la safety:

“Se chi pianifica e progetta, artefice del lavoro come immaginato, non passerà dalla burocrazia alla zainocrazia, non avrà mai a fuoco il lavoro come fatto, perché talvolta il lavoro come fatto è anche dominato dall’ignoranza, quell’universo di azioni che si compiono laddove non del tutto si conosce ma comunque, si agisce.”

Niente male.

La burocrazia non è la soluzione

Quando una organizzazione decide di attivare un “settore trasparenza e anticorruzione” – sono sempre più diffusi, non si salva quasi nessuno – deve mettere in conto che, prima o poi, il responsabile del settore venga interdetto e sospeso dal servizio per nove mesi, perché “in soli due mesi si è assentata 160 volte senza alcuna giustificazione” (qui l’articolo di Repubblica che racconta l’episodio più recente).

La burocrazia non è la soluzione alla corruzione dilagante, la burocrazia è il problema.

Squarciare le teche

“Come si fa a non capire che pagare mille euro di tasse in meno o evitare di andare in pensione un anno più tardi non serve a niente? Quello che ci serve è squarciare queste teche in cui ognuno si è sistemato. ”

Sono parole scritte da Franco Arminio, pubblicate il 28 settembre 2011 da Doppiozero (qui l’intervento completo).

Per squarciare queste teche occorre un’energia articolata. In primo luogo si tratta di rendersi avversi all’idea che la stabilità faccia per noi. Siamo una specie che possiede un cervello perché ha bisogno di muoversi e nelle teche il cervello avvizzisce. In secondo luogo occorre tornare ad amare l’inaspettato, anziché averne paura. Infine è necessario attraversare tutto quello che ci capita tra i piedi: confini, discipline, saperi, professioni. Bisogna coltivare l’impeto dell’oltraggio, se non s’intende trasformarsi in un ortaggio.

Ho scritto Zainocrazia perché le teche in cui ci siamo sistemati si fanno sempre più stringenti, si serrano attorno alla nostra capacità di meraviglia e la burocratizzano, banalizzando il lavoro, le relazioni, gli apprendimenti. Siamo verbi, non sostantivi, e ci occorre esplorare senza posa per non diventare reperti di un museo noiosissimo.