Le business school formano minus habens

Zainocrazia cerca di mostrare le conseguenze indesiderate della parcellizzazione del sapere. Dedicare molto tempo allo studio di una parte e, alla fine, scambiare questa parte per il tutto: ecco cosa non funziona in un sistema fondato sullo sviluppo esclusivo di specifiche facoltà. A detta di Martin Parker, questo vizio di fondo caratterizza a tal punto le business school che l’unica soluzione è demolirle, letteralmente. Nell’articolo pubblicato pochi giorni fa dal Guardian, Parker argomenta in modo circostanziato – gli viene facile, perché lui stesso ha insegnato nelle reputate business school inglesi per vent’anni.

“The B-school is constituted through separating commercial life from the rest of life, but then undergoes a further specialisation. The business school assumes capitalism, corporations and managers as the default form of organisation, and everything else as history, anomaly, exception, alternative. In terms of curriculum and research, everything else is peripheral.”

Questa assunzione acritica dell’ordine esistente caratterizza la quasi totalità di studenti delle numerose business school che fioriscono sul pianeta (siamo a circa 13.000). Un esercito di contabili che frequenta scuole costosissime al solo scopo di procurarsi, conclude Parker, quest’unica competenza: “come strappare il denaro dalle tasche della gente comune e tenerlo per se stessi.”

Un caso interessante di burocratizzazione dell’ignoranza, sapere di meno per possedere di più.

Codice zainocratico

Coder 360 è un esperimento didattico che interpreta la programmazione del codice in modo originale: i partecipanti al master ottengono “quel mix di competenze che consentono di sviluppare piattaforme digitali e di coglierne al tempo stesso le possibilità economiche, sociali, culturali”. Programmatori ben coltivati o, se si preferisce, intellettuali capaci di sviluppare codice.

Mentre condividevo con loro i principi della zainocrazia, gli studenti e gli organizzatori mi hanno aiutato ad avvicinarmi ai significati del coding. Affascinanti e mobilitanti, come ogni esperienza zainocratica.

In silenzio, per generare valore – seconda parte

 

Mi sono servito del libro Zainocrazia per parlare male degli esperti. Ma non proprio di tutti gli esperti.

Zainocrazia profila due tipologie di esperto. La prima, la più diffusa, riguarda l’esperto di risposte. Si tratta di colui che è convinto di sapere come si dovrà fare nel futuro perché ne ha già fatto esperienza nel passato. Questo esperto non è capace di stare in silenzio; di ascoltare proprio non gli riesce, perché crede di possedere la soluzione migliore.

L’altra tipologia di esperto si riferisce a coloro che conoscono la prassi fondativa dell’ascolto: parlare per secondi. Questi esperti sono differenti dai primi perché tacciono anche quando conoscono la risposta. Grazie al loro silenzio, gl’interlocutori vengono abilitati alla parola.

I soli esperti cui potremmo concedere gli attributi zainocratici sono quindi coloro che si riconoscono nella massima di Catherine Thernynck, «ciò che fa avvenire la parola è la cavità di un orecchio».

In silenzio, per generare valore – prima parte

Nel suo argomentato elogio del silenzio, Francesca Rigotti fa esplicito riferimento a Elinor Ostrom, i cui studi sulle comunità prosociali irrobustiscono molti passaggi di Zainocrazia. Le indicazioni raccolte nell’articolo sono belle e coinvolgenti ma ne manca una importante, e ce n’è una di troppo.

Sebbene l’autrice non coltivasse alcuna intenzione enciclopedica, viene voglia di affiancare, ai libri citati nell’articolo, La pazienza del nulla di Arturo Paoli. Un testo breve e denso, che ci permette di ascoltare il deserto – dimensione dell’assoluto silenzioso – attraverso l’esperienza che ne ha fatto questo irriverente sacerdote. Nelle pagine di Zainocrazia dedicate a fare di meglio con meno e al valore della sottrazione, della mancanza e della disabilitazione, le osservazioni di Paoli sono decisive.

D’altro canto, la frase di Pascal con cui Francesca Rigotti chiude l’articolo è un vero affronto alla zainocrazia.

«La disgrazia degli uomini consiste nel non saper essi starsene tranquilli in una stanza». A me pare vero il contrario. La fortuna degli uomini credo consista proprio nella inquietudine che li invade non appena hanno occasione di attardarsi nella stanza. Siamo venuti al mondo solo per poterlo attraversare. Tecnicamente, siamo di stanza unicamente nell’esplorazione. Ed è principalmente per questa ragione che apprezziamo il silenzio: cerchiamo in esso la porta della stanza ulteriore.

La zainocrazia fa bene alla sicurezza sul lavoro

Ecco come si conclude la riflessione di Andrea Trespidi, che pone l’orientamento zainocratico in diretta relazione con la safety:

“Se chi pianifica e progetta, artefice del lavoro come immaginato, non passerà dalla burocrazia alla zainocrazia, non avrà mai a fuoco il lavoro come fatto, perché talvolta il lavoro come fatto è anche dominato dall’ignoranza, quell’universo di azioni che si compiono laddove non del tutto si conosce ma comunque, si agisce.”

Niente male.

In memoria di Giovanni Liotti

Giovanni Liotti se n’è andato poche ore fa. Non l’ho mai incontrato di persona ma gli devo molto. Il suo libro La dimensione interpersonale della coscienza, letto sul finire degli anni Novanta, è stato per me decisivo. Insieme alle riflessioni di Carlo Sini sulle pratiche, le pagine di Liotti hanno tracciato un solco che è subito diventato l’argine più affidabile per ordinare le provenienze e, soprattutto, per incanalare il successivo, disordinatissimo flusso di letture, scritture e azioni che ha infine condotto, provvisoriamente, alla redazione di Zainocrazia.

Più di ogni altra lettura, quel libro mi ha fatto vedere per intero il significato delle parole di Paul Valéry, appena ci sono solo io, non c’è nessuno. Semplicissime parole, che non siamo capaci di prendere sul serio perché il farlo c’impedirebbe d’intestardirci nella ridicola ricerca d’una identità, per cominciare a riconoscere nelle relazioni la fonte di ogni generazione ed esistenza.

Giovanni Liotti mi ha aiutato, naturalmente senza poterlo sapere, a coltivare molti sogni e, nella coltivazione, tenermi alla larga dal crinale più pericoloso, la prepotenza dell’io. “Illusoria – scrive Liotti – resta solo l’impressione della propria autosufficienza rispetto alla matrice di relazioni in cui ogni individuo è immerso. Vivere secondo questa illusione implica l’attribuzione di scarso valore all’intersoggettività e all’empatia e rende dunque insensibili alla ricerca di buone qualità nelle relazioni”.

Quando scompare l’autore di un libro così importante, ci è più facile capire quale misera cosa saremmo senza certe pagine e senza certi scrittori.

Decideremo strada facendo

“Decideremo strada facendo” è la frase che chiude Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Un film importante, non solo bello. La sua importanza deriva dalla scelta di raccontare cose piuttosto difficili da raccontare (la violenza, il dolore, il perdono, il desiderio, la vendetta, la morte, la vita) prendendo le distanze dal riduzionismo.

Se volessi spingere un amico a vedere il film, gli direi questo: ciascuno di noi si trova irretito nel flusso degli accadimenti, in cui s’intrecciano di continuo le conseguenze indesiderate delle buone intenzioni e gli effetti curiosamente desiderabili delle azioni peggiori; all’interno di questa rete, molti di noi semplificano, per non venire soverchiati dall’insostenibile abbondanza del reale. Ma la semplificazione non risolve nulla. Il suo ruolo è quello di tranquillizzare i più deboli, coloro che si accontentano dei luoghi comuni e che, nel dubbio, preferiscono le procedure prestabilite. È probabile che, dopo queste parole, il mio amico resterebbe a casa, ma si perderebbe qualcosa.

Continua“Decideremo strada facendo”

La burocrazia non è la soluzione

Quando una organizzazione decide di attivare un “settore trasparenza e anticorruzione” – sono sempre più diffusi, non si salva quasi nessuno – deve mettere in conto che, prima o poi, il responsabile del settore venga interdetto e sospeso dal servizio per nove mesi, perché “in soli due mesi si è assentata 160 volte senza alcuna giustificazione” (qui l’articolo di Repubblica che racconta l’episodio più recente).

La burocrazia non è la soluzione alla corruzione dilagante, la burocrazia è il problema.