Il libro in una pagina

“A differenza delle piante, che non devono andare da nessuna parte, gli animali si muovono di continuo, perciò hanno ottenuto un cervello. Non tutte le piante si sviluppano attorno a radici locali e non tutti gli animali posseggono un cervello evoluto, ma ci siamo capiti. Come avevano previsto gli scienziati che se ne occupano a tempo pieno, la cosa che maggiormente ostacola lo studio del cervello umano è possederne uno. In altre parole, siamo al corrente del fatto che il nostro cervello è un elemento decisivo per la nostra vita, ma non sappiamo ancora con precisione come il cervello funziona, giacché non possiamo che servirci di esso per studiarlo. Né sappiamo perché il cervello si trova al suo posto. La risposta che trovo più convincente a questa domanda decisiva, “perché possediamo un cervello?”, è proprio quella che chiama in causa il movimento: il cervello serve agli animali per muoversi. La meravigliosa evoluzione del cervello umano è dovuta alla nostra quotidiana, insopprimibile necessità di muoverci con eleganza, accuratezza, consapevolezza o efficace noncuranza.

Quando i tempi mutano con particolare rapidità, sapersi muovere diventa ancora più importante. Sino a quando non ha scoperto l’agricoltura (circa dodicimila fa), la specie umana si è mossa di continuo. Non c’era alcuna ragione per fermarsi, se non per periodi molto brevi. Per alcune centinaia di migliaia di anni, gli umani (o qualunque forma animale essi fossero stati in precedenza) hanno disprezzato la stanzialità, probabilmente perché la vita delle piante pareva loro insopportabilmente monotona. Coltivare i campi e allevare il bestiame, anziché inseguire le stagioni per raccoglierne i frutti e dare la caccia agli animali per potersene cibare, ci ha reso, in pochissimo tempo, sedentari. Abbiamo costruito granai e templi, case e infrastrutture urbane. Le città sono diventate sempre più grandi e i nomadi sempre più rari. Il colpo di grazia alla cultura del movimento è stato inferto da quella particolare interpretazione del lavoro che è emersa con l’affermarsi dell’epoca della macchina nella civiltà occidentale (circa due secoli e mezzo fa). La macchina a vapore e la catena di montaggio hanno ancorato gli operai alla fabbrica e i dirigenti agli uffici. Il potere è stato assunto dalla scrivania (del padrone o del dirigente, fa poca differenza): stabile, massiccia, austera.

La burocrazia, letteralmente potere della scrivania, è divenuta la principale stampella della modernità e il più efficace antidoto al movimento. Di qui a considerare il cambiamento la meno desiderabile tra le opzioni, il passo è stato brevissimo.
L’evoluzione del lavoro umano ha seguito un percorso facile da ricostruire: dapprima, per un lungo periodo, lavorare ha significato muoversi (sulle tracce della preda; alla ricerca dei frutti spontaneamente offerti dalla terra); poi, per una manciata di secoli, lavorare ha voluto dire attendere pazientemente che la terra rispondesse alle domande che le erano state poste, in quello stesso luogo, diverso tempo prima; infine, da soli duecentocinquant’anni, il lavoro è divenuto improvvisamente un posto. La strada ha ceduto il passo alla stanza.

Questa semplice considerazione, il fatto che dobbiamo il nostro cervello al nomadismo, lascia curiosamente indifferenti i sedentari. Soltanto l’epoca moderna ha trasformato il movimento in un piacere, cui accedere nelle pause dal lavoro, o in un lusso, da concedersi durante le vacanze. Sino al 1782 (l’anno in cui James Watt depositò il brevetto di una macchina che avrebbe aiutato l’uomo a moltiplicare il proprio lavoro sfruttando la potenza del vapore – un ottimo spartiacque per la storia sommaria che ricostruiamo) muoversi, per noi umani, era tutto ciò che c’era da fare. Al contrario, di lì in avanti, il movimento è diventato il privilegio delle élite, o la pericolosa eversione dei devianti, cui le convenzioni sociali debbono opporsi con ogni mezzo, a meno che non venga addomesticato dalle agenzie di viaggio. Viene rimproverato di non voler restare “a casa propria” persino a coloro che si trovano costretti a migrare dalle cause di forza maggiore.

Muoversi e cambiare sono tutt’uno. Arrestarsi significa attestarsi sul noto e attenersi all’ovvio: si finisce inevitabilmente per temere l’ignoto, per considerare ogni diversità sgradevole, quando non maligna, e infantile ogni meraviglia. Attenzione: il dilemma “mi muovo o sto fermo?” pertiene unicamente alla natura umana, la sola capace di una qualche intenzionalità. Qualsiasi altro fenomeno, in ogni universo che possiamo dire conosciuto, non fa altro che mutare. E non potrebbe fare altro perché non possiede gli strumenti per fermarsi, se non quando muore. Che tutto scorra non è soltanto la traccia di una sapienza antica, è lo slogan della scienza più avanzata. E invece l’epoca della macchina è anche l’epoca della permanenza coatta: ripetizione, standard, procedura, previsione, banalità, routine. L’epoca della macchina è l’epoca della burocrazia che istiga a confinare il movimento perché teme il cambiamento che veicola novità, eccezioni, imprevisti, stupori, divertimenti.

In questo scenario, a noi viene riservato il privilegio di portare a compimento l’epoca della macchina, rovesciandone la prospettiva per ottenerne il vantaggio più completo: le macchine digitali governeranno il mondo della prevedibilità e istituiranno la burocrazia della ripetizione affidabile; gli umani riprenderanno a muoversi e a fare tesoro del cambiamento, generando il valore che proviene dalla meraviglia. Impossessatesi della scrivania, le macchine stazionano; affrancati dall’idea (finalmente irricevibile) che il lavoro sia un posto, gli umani si ri-mettono in moto e danno vita alla zainocrazia.

Come ogni altro fenomeno emergente, la zainocrazia pretende partigianeria: potete scegliere di crederci oppure di non farlo. Zainocrazia significa quindi innanzi tutto intenzione: la voglia di avversare le stupide imposizioni della burocrazia, ripristinare la fecondità della meraviglia anche in età adulta, alleggerire il possesso per aumentare la frequenza delle esplorazioni, rassegnarsi alla noiosa fissità di un posto soltanto per il tempo necessario. Una volta compiuta la scelta e riconosciuto nella zainocrazia un pattern interessante, si tratta di esplorarne il funzionamento, sia nelle dinamiche micro – zainocrazia per la persona – sia nell’ambito macro – zainocrazia per le organizzazioni. Fatto questo, la zainocrazia può trasformarsi in una inclinazione, individuale e collettiva. Sul piano della persona, la zainocrazia rende preferibile quello che s’ignora a quello che si conosce. Sul piano del collettivo, la zainocrazia rende la convivialità preferibile alla competizione.”

Tratto da Zainocrazia – Un capitolo per chi non ha voglia di leggere il libro

10 abilità zainocratiche

Queste 10 “abilità zainocratiche” sono estratte dal (bellissimo) libro di Russell L. Ackoff e Daniel Greenberg Turning learning right side up (2008). Gli autori redigono questo provvisorio elenco delle capacità di cui i nostri figli disporranno in abbondanza e che, prima della nostra epoca, non esistevano o risultavano merce rara, riservata a un ridotto numero di privilegiati.

  • Abilità di accedere direttamente alle conoscenze più aggiornate a scala globale
  • Abilità di accedere alle migliori esperienze in ogni campo
  • Abilità di interagire con chiunque, ovunque, condivida i propri interessi
  • Abilità di diffondere ad ampio raggio nuove idee, invenzioni e creazioni artistiche
  • Abilità di ricevere feedback immediati per qualsiasi contributo di natura culturale
  • Abilità di localizzare e contattare possibili finanziatori per ogni tipo d’impresa
  • Abilità di creare situazioni – business, nel senso più generale del termine – coerenti o devianti rispetto alla cultura mainstream, in linea con i propri sogni, che potenzialmente garantiscano un ritorno finanziario
  • Abilità di trovare aziende che accolgano le proprie inclinazioni
  • Abilità di sviluppare i propri interessi a qualsiasi livello, seguendo un ritmo che risulti coerente con il proprio carattere
  • Abilità di spostarsi da un’attività all’altra durante la propria vita professionale