Decideremo strada facendo

“Decideremo strada facendo” è la frase che chiude Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Un film importante, non solo bello. La sua importanza deriva dalla scelta di raccontare cose piuttosto difficili da raccontare (la violenza, il dolore, il perdono, il desiderio, la vendetta, la morte, la vita) prendendo le distanze dal riduzionismo.

Se volessi spingere un amico a vedere il film, gli direi questo: ciascuno di noi si trova irretito nel flusso degli accadimenti, in cui s’intrecciano di continuo le conseguenze indesiderate delle buone intenzioni e gli effetti curiosamente desiderabili delle azioni peggiori; all’interno di questa rete, molti di noi semplificano, per non venire soverchiati dall’insostenibile abbondanza del reale. Ma la semplificazione non risolve nulla. Il suo ruolo è quello di tranquillizzare i più deboli, coloro che si accontentano dei luoghi comuni e che, nel dubbio, preferiscono le procedure prestabilite. È probabile che, dopo queste parole, il mio amico resterebbe a casa, ma si perderebbe qualcosa.

Continua

La burocrazia non è la soluzione

Quando una organizzazione decide di attivare un “settore trasparenza e anticorruzione” – sono sempre più diffusi, non si salva quasi nessuno – deve mettere in conto che, prima o poi, il responsabile del settore venga interdetto e sospeso dal servizio per nove mesi, perché “in soli due mesi si è assentata 160 volte senza alcuna giustificazione” (qui l’articolo di Repubblica che racconta l’episodio più recente).

La burocrazia non è la soluzione alla corruzione dilagante, la burocrazia è il problema.

Squarciare le teche

“Come si fa a non capire che pagare mille euro di tasse in meno o evitare di andare in pensione un anno più tardi non serve a niente? Quello che ci serve è squarciare queste teche in cui ognuno si è sistemato. ”

Sono parole scritte da Franco Arminio, pubblicate il 28 settembre 2011 da Doppiozero (qui l’intervento completo).

Per squarciare queste teche occorre un’energia articolata. In primo luogo si tratta di rendersi avversi all’idea che la stabilità faccia per noi. Siamo una specie che possiede un cervello perché ha bisogno di muoversi e nelle teche il cervello avvizzisce. In secondo luogo occorre tornare ad amare l’inaspettato, anziché averne paura. Infine è necessario attraversare tutto quello che ci capita tra i piedi: confini, discipline, saperi, professioni. Bisogna coltivare l’impeto dell’oltraggio, se non s’intende trasformarsi in un ortaggio.

Ho scritto Zainocrazia perché le teche in cui ci siamo sistemati si fanno sempre più stringenti, si serrano attorno alla nostra capacità di meraviglia e la burocratizzano, banalizzando il lavoro, le relazioni, gli apprendimenti. Siamo verbi, non sostantivi, e ci occorre esplorare senza posa per non diventare reperti di un museo noiosissimo.

Una complessità praticabile

Duecento anni fa, quando abbiamo inventato la burocrazia moderna, abbiamo creduto che il mondo fosse un luogo complicato, nel quale sarebbe stato possibile organizzarsi al meglio col solo aiuto di appositi regolamenti. Ora che abbiamo finalmente capito che il mondo è un luogo complesso, intriso di contraddizioni e incomprensioni, meravigliosamente imprevedibile, la burocrazia c’impedisce di trasformarci in quel che siamo, giacimenti ambulanti di risorse inesauribili, che fioriscono nelle relazioni e appassiscono nelle procedure. Quelli tra noi che oggi chiedono più ordine, si comportano come la domestica di Quino: burocrati inappuntabili che vorrebbero eliminare dal mondo ogni traccia di ambiguità, perché hanno timore della diversità. La zainocrazia è lo schema organizzativo che neutralizza l’insipienza dei burocrati e moltiplica opzioni, opportunità, disposizioni ed espressioni.

Indice del libro

Zainocrazia. Teoria e pratica di un futuro preferibile

  • Un capitolo per chi non ha voglia di leggere il libro
  • Parte 1, fondamenti teorici: cosa vediamo quando guardiamo il nostro mondo
    • Capitolo 1 – nuovi spettri
    • Capitolo 2 – il lavoro delle macchine
    • Capitolo 3 – economia della conoscenza
    • Capitolo 4 – zainocrazia
  • Intermezzo – tra le teoria e la pratica
  • Parte 2, pragmatica della zainocrazia
    • Capitolo 5 – zainocrazia per la persona
    • Capitolo 6 – zainocrazia per le organizzazioni
    • Capitolo 7 – cosa c’è nello zaino
    • Capitolo 8 – perché conviene procurarsi uno zaino
  • Bibliografia

Zainocrati illustri

“Sic et non”

Pietro Abelardo

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“L’uomo può trasformarsi: questo lo rende, a differenza degli animali, responsabile del suo essere. Questo non implica che tutti cambino, ma rinunciare a priori a tale possibilità significa negare a una parte degli uomini l’appartenenza alla propria specie – che è, peraltro, la definizione stessa di crimini contro l’umanità.”

Tzvetan Todorov

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“Decisioni riguardo alla scienza vanno prese in modo democratico, da tutti i membri della società, e non, come oggi accade, a seguito delle private macchinazioni teoriche di gruppuscoli di esperti. Questi esperti si servono di modelli astratti che non includono esseri umani con vitalità e soggettività propria, ma caricature di esseri umani, cose come il lavoratore, l’homo oeconomicus, l’artista, lo scienziato, e così via. La soluzione dei problemi non è lasciata alle persone che li vivono e soffrono, e la cui sensibilità è stata sviluppata dal contatto quotidiano con i problemi stessi, ma agli esperti. […] Non esistono soluzioni astratte ma solo soluzioni concrete ai problemi specifici di una nazione, una città, un villaggio. Queste nascono dall’iniziativa e dalle conoscenze dei loro cittadini, e non dalle astrazioni superflue e spesso dannose dei teorici della conoscenza.”

Paul K. Feyerabend

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“L’identità è una trappola in cui un numero sempre maggiore di topi deve dividersi l’esca originaria e che, osservata da vicino, forse è vuota da secoli. Più forte è l’identità, più è vincolante, più recalcitra di fronte all’espansione, all’interpretazione, al rinnovamento, alla contraddizione. L’identità diventa un faro, fisso, inflessibile: può cambiare la sua posizione il segnale che emette solo a prezzo di destabilizzare la navigazione.”

Rem Koolhaas

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“Ricerche scientifiche hanno dimostrato che la frequenza dei traslochi in età infantile è spesso associata alla creatività. Sembra che l’impulso creativo venga innescato dalla necessità di integrare punti di vista contrastanti sul mondo. Quando cambi casa, cominci a vivere una vita leggermente differente, e paragoni le novità con le esperienze precedenti, ti accorgi delle divergenze e delle similitudini, noti quello che più ti piace e quello che più ti manca, e appena fai tutto questo, la tua mente diviene più flessibile e capace di combinare pensieri e idee in modi nuovi e freschi.”

John Cleese

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“Non siamo sostantivi, siamo verbi. Non sono una cosa, un attore, uno scrittore… Sono una persona che fa cose, scrivo, recito, e non so mai cosa farò in seguito. Credo che si possa facilmente venire intrappolati quando si pensa a se stessi come sostantivi.”

Stephen Fry

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“Credo che, nella vita, l’essere non sia che un’illusione. Se ci rendiamo consapevoli e accettiamo il fatto che ci troviamo in uno stato mediano, ci muoviamo e che questo movimento è la natura delle nostre vite, e la smettiamo di nutrire l’aspirazione di raggiungere uno stato definitivo, conosciamo meglio la vita e ci poniamo nella condizione di giovarcene molto di più.”

Abbas Kiarostami

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“La durata lineare del tempo non è l’elemento centrale per comprendere la vita cerebrale. Una persona che sviluppi connessioni cerebrali, che scolpisca il suo cervello con apprendistati ed esperienze potenti e ricche, vive concretamente più vita di una persona la cui attività cerebrale sia minima.”

Miguel Benasayag

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“Non ho risposte semplici”

Stanley Kubrick

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Il libro in una pagina

“A differenza delle piante, che non devono andare da nessuna parte, gli animali si muovono di continuo, perciò hanno ottenuto un cervello. Non tutte le piante si sviluppano attorno a radici locali e non tutti gli animali posseggono un cervello evoluto, ma ci siamo capiti. Come avevano previsto gli scienziati che se ne occupano a tempo pieno, la cosa che maggiormente ostacola lo studio del cervello umano è possederne uno. In altre parole, siamo al corrente del fatto che il nostro cervello è un elemento decisivo per la nostra vita, ma non sappiamo ancora con precisione come il cervello funziona, giacché non possiamo che servirci di esso per studiarlo. Né sappiamo perché il cervello si trova al suo posto. La risposta che trovo più convincente a questa domanda decisiva, “perché possediamo un cervello?”, è proprio quella che chiama in causa il movimento: il cervello serve agli animali per muoversi. La meravigliosa evoluzione del cervello umano è dovuta alla nostra quotidiana, insopprimibile necessità di muoverci con eleganza, accuratezza, consapevolezza o efficace noncuranza.

Quando i tempi mutano con particolare rapidità, sapersi muovere diventa ancora più importante. Sino a quando non ha scoperto l’agricoltura (circa dodicimila fa), la specie umana si è mossa di continuo. Non c’era alcuna ragione per fermarsi, se non per periodi molto brevi. Per alcune centinaia di migliaia di anni, gli umani (o qualunque forma animale essi fossero stati in precedenza) hanno disprezzato la stanzialità, probabilmente perché la vita delle piante pareva loro insopportabilmente monotona. Coltivare i campi e allevare il bestiame, anziché inseguire le stagioni per raccoglierne i frutti e dare la caccia agli animali per potersene cibare, ci ha reso, in pochissimo tempo, sedentari. Abbiamo costruito granai e templi, case e infrastrutture urbane. Le città sono diventate sempre più grandi e i nomadi sempre più rari. Il colpo di grazia alla cultura del movimento è stato inferto da quella particolare interpretazione del lavoro che è emersa con l’affermarsi dell’epoca della macchina nella civiltà occidentale (circa due secoli e mezzo fa). La macchina a vapore e la catena di montaggio hanno ancorato gli operai alla fabbrica e i dirigenti agli uffici. Il potere è stato assunto dalla scrivania (del padrone o del dirigente, fa poca differenza): stabile, massiccia, austera.

La burocrazia, letteralmente potere della scrivania, è divenuta la principale stampella della modernità e il più efficace antidoto al movimento. Di qui a considerare il cambiamento la meno desiderabile tra le opzioni, il passo è stato brevissimo.
L’evoluzione del lavoro umano ha seguito un percorso facile da ricostruire: dapprima, per un lungo periodo, lavorare ha significato muoversi (sulle tracce della preda; alla ricerca dei frutti spontaneamente offerti dalla terra); poi, per una manciata di secoli, lavorare ha voluto dire attendere pazientemente che la terra rispondesse alle domande che le erano state poste, in quello stesso luogo, diverso tempo prima; infine, da soli duecentocinquant’anni, il lavoro è divenuto improvvisamente un posto. La strada ha ceduto il passo alla stanza.

Questa semplice considerazione, il fatto che dobbiamo il nostro cervello al nomadismo, lascia curiosamente indifferenti i sedentari. Soltanto l’epoca moderna ha trasformato il movimento in un piacere, cui accedere nelle pause dal lavoro, o in un lusso, da concedersi durante le vacanze. Sino al 1782 (l’anno in cui James Watt depositò il brevetto di una macchina che avrebbe aiutato l’uomo a moltiplicare il proprio lavoro sfruttando la potenza del vapore – un ottimo spartiacque per la storia sommaria che ricostruiamo) muoversi, per noi umani, era tutto ciò che c’era da fare. Al contrario, di lì in avanti, il movimento è diventato il privilegio delle élite, o la pericolosa eversione dei devianti, cui le convenzioni sociali debbono opporsi con ogni mezzo, a meno che non venga addomesticato dalle agenzie di viaggio. Viene rimproverato di non voler restare “a casa propria” persino a coloro che si trovano costretti a migrare dalle cause di forza maggiore.

Muoversi e cambiare sono tutt’uno. Arrestarsi significa attestarsi sul noto e attenersi all’ovvio: si finisce inevitabilmente per temere l’ignoto, per considerare ogni diversità sgradevole, quando non maligna, e infantile ogni meraviglia. Attenzione: il dilemma “mi muovo o sto fermo?” pertiene unicamente alla natura umana, la sola capace di una qualche intenzionalità. Qualsiasi altro fenomeno, in ogni universo che possiamo dire conosciuto, non fa altro che mutare. E non potrebbe fare altro perché non possiede gli strumenti per fermarsi, se non quando muore. Che tutto scorra non è soltanto la traccia di una sapienza antica, è lo slogan della scienza più avanzata. E invece l’epoca della macchina è anche l’epoca della permanenza coatta: ripetizione, standard, procedura, previsione, banalità, routine. L’epoca della macchina è l’epoca della burocrazia che istiga a confinare il movimento perché teme il cambiamento che veicola novità, eccezioni, imprevisti, stupori, divertimenti.

In questo scenario, a noi viene riservato il privilegio di portare a compimento l’epoca della macchina, rovesciandone la prospettiva per ottenerne il vantaggio più completo: le macchine digitali governeranno il mondo della prevedibilità e istituiranno la burocrazia della ripetizione affidabile; gli umani riprenderanno a muoversi e a fare tesoro del cambiamento, generando il valore che proviene dalla meraviglia. Impossessatesi della scrivania, le macchine stazionano; affrancati dall’idea (finalmente irricevibile) che il lavoro sia un posto, gli umani si ri-mettono in moto e danno vita alla zainocrazia.

Come ogni altro fenomeno emergente, la zainocrazia pretende partigianeria: potete scegliere di crederci oppure di non farlo. Zainocrazia significa quindi innanzi tutto intenzione: la voglia di avversare le stupide imposizioni della burocrazia, ripristinare la fecondità della meraviglia anche in età adulta, alleggerire il possesso per aumentare la frequenza delle esplorazioni, rassegnarsi alla noiosa fissità di un posto soltanto per il tempo necessario. Una volta compiuta la scelta e riconosciuto nella zainocrazia un pattern interessante, si tratta di esplorarne il funzionamento, sia nelle dinamiche micro – zainocrazia per la persona – sia nell’ambito macro – zainocrazia per le organizzazioni. Fatto questo, la zainocrazia può trasformarsi in una inclinazione, individuale e collettiva. Sul piano della persona, la zainocrazia rende preferibile quello che s’ignora a quello che si conosce. Sul piano del collettivo, la zainocrazia rende la convivialità preferibile alla competizione.”

Tratto da Zainocrazia – Un capitolo per chi non ha voglia di leggere il libro